
17 maggio 2012
“La mostra più bella che abbia mai visto”, “Complimenti a chi l’ha fatta”. Questo il commento di Roberto Saviano dopo la visita a Fare gli italiani.
Nella visita, Saviano era accompagnato dal giornalista e scrittore Michele Serra, uno degli autori di Quello che (non) ho. Anche Serra è stato conquistato dalla mostra, ma anche dal significato che essa assume nel contatto con gli spazi che la ospitano. Un fabbrica dismessa, in cui sembra ancora di sentire le voci delle migliaia di persone che per un secolo hanno lavorato e vissuto sotto le sue volte. Un set davvero straordinario anche per una trasmissione come quella di Fazio e Saviano, che, assicura Serra, “saprà sfruttarne a pieno le prospettive e la solennità”.
Il momento più emozionante della visita, per Saviano, è stato forse l’incontro con le vittime di mafia, le cui vite sono raccontate all’interno dell’”Isola” che la mostra dedica alla criminalità organizzata: un’installazione che riproduce la voragine creata nelle coscienze degli italiani dall’esplosione che ha ucciso il giudice Giovanni Falcone insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta. Intorno, i faldoni che contengono tutti i documenti relativi ai processi di mafia celebrati in un secolo e mezzo di storia unitaria. Saviano si è fermato proprio davanti ai fascicoli che riguardavano la strage, con i nomi dei giudici Falcone e Morvillo. Li ha sfiorati con la mano. È rimasto a guardarli e riflettere per un lungo momento.
Ma la mafia non è stata di certo l’unico argomento di interesse di un ragazzo di trent’anni, tutt’altro che appiattito sui temi che il suo pubblico tende ad associare al suo personaggio.
A Walter Barberis e Giovanni De Luna, i curatori della mostra, che gli facevano da guida, Saviano ha fatto domande su molti temi, indugiando con curiosità sui molteplici apparecchi tecnologici che contraddistinguono la mostra. “Hai visto?”, ha detto a un certo punto a Michele Serra, mentre si aggiravano tra le trincee che compongono l’isola della Prima guerra mondiale: “Qui ci sono le lettere che i soldati al fronte scambiavano con i loro famigliari”.
È l’attenzione alle parole di chi è abituato a vivere e lavorare con le parole. Da scrittore, da intellettuale, da coscienza civile del nostro Paese.
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